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TITOLO ESTERO: "FOUR FLIES ON GREY VELVET"
Paese: Italia, 1972
Regista: Dario Argento
Interpreti: Michael Brandon, Mimsy Farmer,
Bud Spencer, Oreste Lionello
TRAMA
Roberto Tobias, batterista in un gruppo rock, si sente seguito da
alcuni giorni da un misterioso individuo. Una sera, finite le prove con il
proprio gruppo, decide di affrontare direttamente il proprio persecutore:
trascinato in un teatro, lo uccide accidentalmente utilizzando maldestramente lo
stesso pugnale dell'aggressore. L'omicidio viene fotografato da un misterioso
individuo contraffatto da una maschera carnevalesca, che comincia a
perseguitarlo, inviandogli la prova del delitto avvenuto e minacciandolo, a
propria volta, di morte.
RECENSIONE
Uscito nel 1971 e terzo capitolo della “trilogia animalesca”,
“Quattro mosche di velluto grigio” è sicuramente il film più sottovalutato della
filmografia di Dario Argento.
La trama riprende per certi versi gli aspetti che già avevamo
visto ne “Il gatto a nove code” (1971) e ne “L’uccello dalle piume di cristallo”
(1969): quello che scatena la furia assassina del killer è un trauma che risiede
nel passato; tema che poi verrà ampiamente approfondito in “Profondo rosso”
(1975) ed in “Tenebre” (1982).
Un aspetto interessante che possiamo ritrovare in questo film è il
primo vero ricorso, da parte del regista, al sovrannaturale per via delle
precognizioni ed agli incubi che tormentano Roberto (Michael Brandon) e che
avranno spiegazione solo nel finale.
Le trovate “scientifiche” (alla “C.S.I.” diremo oggi) che
porteranno poi alla scoperta dell’assassino sono, invece, simili a quelle già
presenti ne “Il gatto a nove code” e, come quelle, sono ad oggi non plausibili
(anche se, a dire la verità, davvero molto interessanti). Sicuramente, però, in
quanto ad originalità “Quattro mosche di velluto grigio” si piazza fra le prime
posizioni nella filmografia argentiana: non solo per la trovata nel finale
(assolutamente fantastica), ma anche per gli strani ruoli affidati ai due comici
Bud Spencer (che interpreta il barbone eremita “Dio”), e a Oreste Lionello (che
interpreta un altro barbone, “Il professore”); personaggi che possono piacere o
non piacere, ma che comunque rimangono una novità in tutta la carriera del
regista.
Di parentesi comiche non ne vedremo più in futuro tolte forse un
paio di scene in “Profondo rosso” ed in “Non ho sonno” (2001); una
caratteristica che andrà quindi scemando nei film di Dario Argento fino a
scomparire completamente.
Tecnicamente il film è ineccepibile: non promette niente che non
da. Gli attori si comportano molto bene, soprattutto Brandon e la Farmer (che
interpreta Nina, moglie di Roberto); gli omicidi sono ben realizzati (come
sempre) e lo splatter c’è ma non è una componente essenziale (soprattutto non è
mai esagerato); la colonna sonora, curata da Ennio Morricone, è sublime
soprattutto per le sequenze hard rock.
Quindi, in conclusione, un film onesto, ben realizzato, allo stesso livello de
“L’uccello dalle piume di cristallo” ma ingiustificatamente meno conosciuto. Se
Dario Argento ha potuto realizzare un grandissimo film come “Profondo rosso” lo
dobbiamo anche all’esperienza fatta con questo famoso trittico di opere
concepite in pochissimi anni, delle quali tutti i fan dovrebbero prendere
visione (se non l’avessero già fatto).
Sicuramente “Quattro mosche di velluto grigio” rimane uno dei
thriller più riusciti del Maestro del Brivido.
Nota. “Quattro mosche di velluto grigio” è l'unico film di Argento a non essere
uscito nel mercato italiano home video nè in VHS e nè in DVD, per problemi
legati alla sua distribuzione. I diritti di riproduzione del film originale
sarebbero infatti detenuti in parte dalla Paramount Pictures, che pare essersi
sempre disinteressata alla sua diffusione, nonostante la fama del regista, e in
parte dalla SEDA spettacoli, ovvero la Società di distribuzione di Dario Argento
(da www.Wikipedia.it).
VOTO:

VALUTAZIONE DETTAGLIATA
- TRAMA

- REGIA

- ATTORI

- EFFETTI SPECIALI

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