IL CARTAIO

 

 

Il cartaio di Dario Argento

 

Paese: Italia, 2004

 

Regista: Dario Argento

 

Interpreti: Stefania Rocca, Liam Cunningham,

 Silvio Muccino, Fiore Argento

 

 

TRAMA

 

Uno psicopatico omicida, conosciuto come “Il cartaio”, si diverte ad uccidere delle donne sfidando la polizia a poker. Una bella e fredda investigatrice, Anna Mari, aiutata da un poliziotto inglese, John Brennan, cercheranno di fermare l’assassino provando ad intercettarlo prima, ed ingaggiando poi un giovane talento del gioco d’azzardo. Le indagini continueranno fino a che, dopo varie morti, Anna Mari non si troverà faccia a faccia con il killer per la partita finale.

 

RECENSIONE

 

Dopo “Non ho sonno” (2001), che segnava il ritorno di Argento al giallo classico stile “Profondo rosso” (1975), il Maestro del brivido nazionale sperimenta la sua abilità in rapporto al nuovo genere poliziesco freddo ed impersonale.

Ed è questo il vero, il grande, e forse l’unico problema di fondo de “Il cartaio”: la sua freddezza e la sua impersonalità.

Dario Argento in questo film non esiste, la fotografia è di puro stampo televisivo, la trama è simile ad una puntata di “Distretto di polizia”, ed in più si sommano tutti i problemi “argentiani” di sempre: recitazione di basso livello, budget tiratissimo, doppiaggio quantomeno imbarazzante. Se togliamo un paio di scene interessanti (l’inseguimento di Muccino e l’analisi di un cadavere) c’è il nulla a dominare questa pellicola che si trascina con piccoli sprazzi di suspance fino ad una deludente conclusione.

Tecnicamente parlando ci sono parecchie cose da dire. Intanto la recitazione: Stefania Rocca (Anna Mari) è brava, è bella, ed è forse l’unica cosa che riesce a non rovinare il film; Liam Cunningham è abbastanza carismatico e risulta piacevole da seguire … tutto il resto è noia, come direbbe un noto cantante di Roma. Intanto Muccino (che interpreta il giovane Remo) che ci rifila sempre il suo solito ruolo (in questo mi ricorda Cristina Capotondi, ma è un’altra storia) di ragazzino mezzo drogato, mezzo ribelle, per nulla carismatico, e che entra in questa pellicola in un ruolo quantomeno assurdo: non penso proprio che la polizia del 2003 per risolvere un caso ingaggi un giovane che (per sentito dire!) è un genio del poker.

Adalberto Maria Merli (che interpreta il commissario di polizia) soffre della stessa sindrome di Rossella Falk in “Non ho sonno”: recitazione teatrale, inadatta al contesto del film, e che risulta almeno due volte ridicola involontaria. Poi, purtroppo, c’è l’assassino: il peggiore di qualsiasi film di Dario Argento. Alcuni sostengono che questo assassino rappresenti l’idea base del film, cioè la freddezza, ma per un buon thriller serve anche un buon assassino, e questo sicuramente non lo è.
Grave mancanza de “Il cartaio” è lo splatter: inesistente. Sarà stata la mancanza di soldi o la volontà del Maestro? Chi lo sa, fatto sta che la mancanza si sente eccome, e contribuisce a rendere ancora più anonimo ed impersonale il film.

L’idea di per se non sarebbe stata male, in “Non ho sonno” Argento ci aveva fatto vedere il contrasto fra la vecchia e la nuova polizia, in cui nessuna delle due, alla fine, prendeva il sopravvento: qui, a parte l’affidarsi ad un fanciullo per cercare di salvare le varie malcapitate (l'unica che si salva è Fiore Argento), ci sono altre cose che non tornano. Una su tutte quando Stefania Rocca trova il libro del padre (un libro sul poker) in cui c’è scritto questo:”Non sono gli occhi il vero specchio dell’anima, è il poker.” Non si può certo dire che sia una frase felice, anzi, è un’altra piccola cosa che aggiunge del ridicolo a tutta la vicenda.
Togliendo tutto questo qualche momento di suspance c’è: il già citato inseguimento di Muccino, la terribile fine di Cunningham, e lo scontro fra la Rocca e l’assassino che riesce ad intrufolarsi in casa sua. Ma è ben poca cosa se consideriamo che l’assassino è palesemente riconoscibile fin dai primi minuti (e no, non per un geniale espediente come quello di “Profondo rosso”), il motivo di questo è molto semplice: non ci sono alternative.
Altri aspetti. La colonna sonora curata (come sempre) da Claudio Simonetti è un insieme di musica techno e motivetti classici “alla Argento” e risulta piacevole; gli effetti speciali (di Sergio Stivaletti) praticamente non ci sono, possiamo solo considerare la buona realizzazione del cadavere di una delle vittime del killer; la scenografia di Antonello Geleng fa il suo dovere, risultando moderna e adatta al contesto, ma certo è che scenografie del genere si vedono in qualsiasi fiction poliziesca accendendo a caso la TV.
Ci troviamo, infine, di fronte ad una nuova delusione marcata “Nuovo Dario Argento” che dagli anni ’90 in poi sembra proprio aver perso qualcosa. Certo “Non ho sonno” si può salvare dal marasma di pellicole deludenti dell’ultimo periodo, e sicuramente come thriller risulta molto più piacevole de “Il cartaio”.

Intanto i riferimenti del primo film a “Profondo rosso” sono molto carini e danno un che di malinconico, le sequenze di omicidio (la ballerina, la ragazza sul treno, la coniglietta) sono veramente ben fatte, la recitazione se togliamo il pessimo Stefano Dionisi vanta la partecipazione sia di Gabriele Lavia, sia di Max von Sydow, uno dei migliori personaggi creati da Dario Argento da quando ha iniziato a girare film. Inoltre in “Non ho sonno” il Maestro si vede eccome, ci regala sequenze degne di lui, ed è un film totalmente fedele al suo stile. Ne “Il cartaio” tutto questo manca, ed ecco come mai si merita sicuramente qualche punto in meno.

Chiarendo che non stiamo assolutamente parlando di capolavori (quelli ahimè sono molto lontani) questa sperimentazione (se così la vogliamo chiamare) di Dario Argento non è riuscita, un po’ come non era riuscito “Il Fantasma dell’Opera”. Esatto, sono sullo stesso piano.

 

VOTO: 5

 

 

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