“Giallo” è un serial killer che rapisce e tortura a morte le sue
vittime, spesso bellissime top models. Sulle sue tracce l'ispettore Enzo Avolfi,
un uomo cupo e dal misterioso passato, sarà affiancato da Linda, sorella di una
delle presunte vittime.
RECENSIONE
ATTENZIONE: la recensione contiene spoilers sul
finale.
Nuova fatica di Dario Argento, nuovo thriller ambientato a Torino,
e nuovo buco dell'acqua. Ormai è risaputo che la filmografia di Argento è
suddivisibile in due periodi: il “pre-Opera”, che comprende tutti i capolavori
da “Profondo Rosso” a “Suspiria”, da “Phenomena” a “Tenebre”, ecc, ed il
“post-Opera”, che comprende tutte le nefandezze da “Il fantasma dell'Opera” a
“Il cartaio”, da “La Terza Madre” a, appunto, “Giallo”. La tanto attesa ripresa
del Maestro non c'è stata nemmeno questa volta, ed i presupposti c'erano tutti,
molti di più di quelli smentiti qualche anno fa da
“La Terza Madre”. Tanto per
cominciare due nomi eccezionali nel cast: il premio Oscar Adrien Brody, che in
questo film interpreta due ruoli (si, leggete gli interpreti e ragionateci su);
e Emmanuelle Seigner, la bella moglie di Roman Polanski. Poi la sceneggiatura
affidata a due emergenti “geni” americani: Jim Agnew e Sean Keller, al lavoro
anche per la sceneggiatura del nuovo film di Carpenter, “L.A. Gothic”, che
uscirà nel 2010. Poi i valori di produzione molto alti: ben 14 milioni di
dollari, come indica il sito della Hannibal Pictures, casa produttrice del film
insieme ad Opera Films. Tutto questo per cosa? Niente. Iniziamo col dire che i
fans di Dario Argento (compreso chi vi scrive) rimarranno delusi da un solo,
semplice e gravissimo fatto: la regia di Dario Argento in questo film non c'è.
Dimenticatevi di vedere i piani sequenza, le attenzioni sui particolari, i
colori, le luci…niente di tutto ciò che ha reso – giustamente – famoso Argento.
In “Giallo” c'è regia scolastica, banale, un Argento messo sulla sedia del
regista e limitato al semplice compito di riprendere senza incidere su nulla.
Mancano i dialoghi imbarazzanti che, di solito, caratterizzano i film di
Argento; ma al loro posto non c'è una bella
sceneggiatura, c'è il “nulla”.
Dialoghi blandi, situazioni scontate, colpi di scena quasi inesistenti.
L'assenza dello splatter potrebbe essere colpa di una versione tagliata, certo è
che anche più sangue non riuscirebbe a risollevare una pellicola veramente di
colore grigio e non giallo. Adrien Brody funziona, ma il suo personaggio è
talmente poco approfondito e spiegato talmente troppo velocemente che non riesce
a catturare l'attenzione degli spettatori; la Seigner, invece, pur essendo una
bravissima attrice, in questo film non da una buona prova, risultando spesso
fuori luogo. Il resto degli attori non esistono: tutte comparse, in quanto il
film è veramente molto concentrato solo su Brody e la Seigner (pur essendo
concentrato su tre personaggi, altro indizio, guardate i nomi degli attori).
Veniamo alla nota più dolente: “Giallo”, il killer. Per la prima volta in un
film di Dario Argento il volto dell'assassino ci viene svelato sin dall'inizio
del film (“Profondo Rosso” a parte), e, duole dirlo, per la prima volta il
killer di un film di Argento è veramente poco carismatico.
Grossa pecca in un
film del genere, dove il killer DEVE avere tanto carisma! La scelta di usare lo
stesso attore per interpretare sia il bene che il male (SPOILER: credo ci sarete
ormai arrivati: Adrien Brody, Byron Deidra, Brody interpreta sia Avolfi che
Giallo) non è casuale: occhio, Avolfi non è il killer, semplicemente sia lui che
Giallo rappresentano le due facce di una realtà molto simile. Entrambi hanno
ucciso, entrambi si mostrano ostili al mondo in cui sono “costretti” a vivere,
entrambi hanno subito traumi orribili. Emblematica la frase finale che Linda (la
Seigner) urla ad Avolfi (Brody): “You are just like him!”.
Il film vuol
comunicare, quindi, quanto nel mondo di oggi bene e male siano mescolati
assieme, e quanto le persone siano egoiste e “cattive”. Tuttavia, nonostante
queste trovate siano tutte interessanti, è proprio la “forma” del film che non
funziona per niente. Ultima nota: le musiche, affidate al giovane Marco Werba,
non sono male ma non sono neanche ottime, sono abbastanza ininfluenti, come del
resto tutto il lato tecnico dell'opera.
In definitiva ci troviamo di fronte ad
un film di Dario Argento che difficilmente è associabile alla figura, allo
stile, del Maestro che tutti gli horrorofili amano. Sembra uno di quei film
rilasciati solo per l'Home Video (e non è detto che non finisca così!), senza
arte né parte, con stampato sopra un nome, “Dario Argento”, per accalappiare
quanto più pubblico possibile, per pura pubblicità. “Giallo”, molto più de “Il
cartaio” e de “La Terza Madre”, si candida per essere la tanto insperata, ma
ormai inevitabile, ingloriosa fine di Dario Argento, che questa volta ha molte
meno colpe, ma appare legato da una produzione che non gli appartiene.