IL MULINO DELLE DONNE DI PIETRA

 

 

Il mulino delle donne di pietra di Giorgio Ferroni

 

TITOLI PER L'ESTERO: "THE MILL STONE WOMEN",

"DROPS OF BLOOD", "HORROR OF THE STONE WOMEN"

 

Paese: Italia, 1960

 

Regista: Giorgio Ferroni

 

Interpreti:

  • Pierre Brice:  Hans von Harnim

  • Scilla Gabel:  Helfie Wahl

  • Wolfgang Preiss:  Dr. Loren Bohlem

  • Dany Carrel:  Liselotte Kornheim

  • Herbert A.E. Böhme:  Prof. Gregorius Wahl

  • Liana Orfei:  Annelore

 

TRAMA

 

Il giovane Hans von Harnim sta conducendo uno studio sull'arte popolare olandese e si reca dallo scultore Gregorius Wahl, che vive in un mulino completamente isolato dal paese. Qui, l'eccentrico artista, ha creato un meccanismo legato al movimento delle pale del mulino, per far muovere le sue statue che riproducono tutte donne famose del passato.

Il professore ha anche una bella figlia che nasconde un mistero e che si innamora subito del giovane studente...un amore impossibile e non ricambiato che trascina Hans in un vortice di follie e orrori.

 

RECENSIONE

 

"Il mulino delle donne di pietra" è uno dei primi e a mio avviso dei migliori gotici italiani. Giorgio Ferroni, più conosciuto per i suoi film pepla e western, fa qui la sua prima incursione nel genere horror-gotico, ripetuta poi nel 1972 con l'interessante "La notte dei diavoli"; vedendo questi due film viene da pensare a quante cose buone avrebbe potuto fare continuando su questa strada!

Il film in questione è stato girato proprio nel periodo di massimo splendore per il genere, i primi anni '60, e se da una parte riprende alcune tematiche care al gotico inglese, dall'altra ne introduce di nuove, che costituiranno le basi per lo sviluppo del futuro cinema di paura di casa nostra (e non solo!).

L'ambientazione è molto suggestiva e abbastanza originale, anche se meno di quanto possa apparire: un mulino a vento era protagonista delle fasi finali di "Frankenstein" di James Whale e l'interno, dove si svolge la gran parte dell'azione, non è poi tanto diverso dalle ville e dai castelli visti in tanti altri film. Quello che invece colpisce davvero, oltre al colore sfruttato molto bene, è il carillon con le donne di pietra, misterioso la prima volta che appare e inquietante alla fine.

 

Per quanto riguarda situazioni e tematiche che caratterizzano il film, come accennavo prima qualcosa è mutuato da altri film e qualcosa ne ispirerà altri.

L'idea di base, che si evince chiaramente solo nel finale, non è molto diversa da quella del già citato "Frankenstein", anche in questo caso c'è di mezzo un dottore che ha come unico scopo quello di ridare la vita ad una persona, stavolta già viva però, mescolata a reminiscenze di "La maschera di cera" (soprattutto il primo, quello di Michel Curtiz del 1933) per quanto riguarda le "donne di pietra".

Ferroni, però, va oltre e ci aggiunge del suo. Di particolare interesse è il ruolo delle donne, duplice, con una cinica (altrove addirittura diabolica e assassina), foriera di sventure e vero motore della vicenda orrorifica e un'altra virginale, vittima designata; in questo caso i personaggi chiave sono interpretati da una stupenda Scilla Gabel nei panni della figlia dello scultore e da Dany Carrel in quelli della ragazza semplice e romantica, innamorata del giovane studente (e che lascia intravedere un seno, probabilmente sfuggito alla censura, verso la fine...cose di altri tempi!). Questa netta distinzione diventerà a breve un topic ricorrente, ne sa qualcosa Barbara Steele, il cui successo è stato in buona parte dovuto all'interpretazione di doppi ruoli opposti nella stessa pellicola.

Un altro tema da segnalare è quello della necrofilia forse non tanto nuovo di per sè, ma abbastanza originale per il fatto di essere legato all'amore, in questo caso di un padre nei confronti della figlia malata; qualcosa di concettualmente simile ma espresso con ben altro linguaggio cinematografico lo si vedrà quasi trent'anni dopo in "Buio Omega" di Massaccesi.

Ultimo spunto da far notare è la resa della componente onirica: ad un certo punto Hans viene drogato, l'immagine si muove, cambia i colori e si frantuma e al suo risveglio il giovane non sa più se quello che ricorda è un sogno oppure realtà. Anche in questo caso non sono mancate rielaborazioni e rivisitazioni!

 

Dal punto di vista tecnico il film è notevole, la fotografia è ottima e le scenografie molto molto efficaci; la scena finale poi è davvero inquietante e riuscita e merita di essere ricordata tra le cose migliori dei film di quel periodo.

Non si può dire altrettanto bene degli attori, spesse volte troppo forzati ma è un difetto talmente comune in questo tipo di film da non farci quasi più caso.

Insomma, questo film merita la visione, tanto più se siete sensibili al fascino del gotico italiano e se sapete passare oltre ad alcuni difetti cronici, come la recitazione, la lentezza di alcuni momenti e l'ingenuità di alcune trovate.

 

VOTO:

 

 

 

 

VALUTAZIONE DETTAGLIATA

 

 

- TRAMA

 

 

 

- REGIA

 

 

 

- ATTORI

 

 

 

- EFFETTI SPECIALI

 

 

 

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