“Casa.. Silent Hill! Silent Hill!”. E’ questo il grido di aiuto
che va a tormentare le notti di Sharon, una bambina di 9 anni affetta da una
presunta forma di sonnambulismo. All’ennesimo attacco che le risulta per poco
fatale, Rose decide di rifiutare le convenzionali cure mediche e di portare sua
figlia faccia a faccia con la città che è ormai diventata la sua ossessione.
Alle porte di Silent Hill però, Rose per seminare un poliziotto fin troppo
sospettoso, perde il controllo della sua auto e a mattina si scoprirà sola, in
una città fantasma e alla ricerca disperata della figlia sparita senza alcuna
traccia.
RECENSIONE
La prima parola che mi venne in mente quando il film era ancora
solo in stato di lavorazione fu “cautela”, difatti Silent Hill non è solo una
pellicola tratta da una brillante intuizione del regista Gans, bensì trae la sua
ispirazione dalla celebre saga di videogiochi della Konami, un survival horror
in terza persona venuto alla luce con il primo episodio nel 1999. La diffidenza
iniziale nasceva dalle cocenti delusioni arrecatemi
da prodotti quali furono per
esempio Resident Evil, altro capolavoro videoludico (sebbene di carattere
totalmente diverso) portato sul grande schermo sottoforma di patetica
accozzaglia di mostriciattoli ed eventi più o meno assemblati tra loro in
maniera caotica e banale.
Ma qui invece ci troviamo di fronte alla trasposizione della vera essenza di
Silent Hill: l’atmosfera, che il regista sa cogliere e trasmettere in ogni
sequenza della pellicola.
La trama si sviluppa in una ricerca incessante della protagonista di sua figlia,
tramite una serie di indizi lasciati non a caso da una bambina somigliante in
tutto e per tutto a Sharon, che nel corso del film si capirà essere la chiave
per il premio finale: la verità.
Per tutto il corso del film corrono in parallelo due realtà vicine ma distinte
tra loro, quella della Silent Hill abbandonata, invecchiata, reduce
dall’incendio che 40 anni prima devastò case e intere famiglie, dove ora si
trova Chris, compagno di Rose e padre adottivo di Sharon, nel disperato
tentativo di ricomporre la sua famiglia e la Silent Hill di Rose, la città di un
tempo perduto inghiottita nell’incubo di una bambina che ha vissuto atrocità
inimmaginabili, luogo sospeso in istanti non più reali, le cui porte solo il
demonio ha il potere di aprire.
Quando il normale scorrere del tempo viene interrotto dall’orrore annunciato dal
suono di un’inquietante sirena, l’incubo prende forma: i muri si spogliano
dell’intonaco trasudando marciume, resti in putrefazione, una peste che intacca
le superfici e la stessa aria che diventa quasi irrespirabile.
Esseri immondi
dalle membra grottesche lambiscono le pareti, gridando come pazzi all’incedere
dalla creatura maggiormente in risalto in questo orrore, una sorta di
giustiziere mostruoso con un enorme piramide metallica sulla testa e un coltello
gigante che brandisce per dilaniare le sue vittime. Dopo attimi di terrore dove
la protagonista pare perdere il senno, la città fuoriesce magicamente dalla sua
fase oscura, riportandosi allo stato iniziale, e qui va un encomio speciale alla
fotografia che riveste senza dubbio un ruolo di spicco all’interno del film per
qualità visiva e originalità.
Ed è proprio questo orrore la vera trovata del film, per una volta abbiamo una
trasposizione fisica di una condizione psicologica che si trova a vivere un
essere umano, o meglio, un bambino. Basilare è quindi la doppia figura,
interpretata egregiamente dalla piccola coprotagonista, una Sharon indifesa con
intatto il candore tipico di ogni bambino contrapposta ad una bimba nata come
incarnazione del male, della violenza e del terrore che si verrà poi a scoprire
come e da chi fu originato in lei.
La trama che si snoda poco per volta, coinvolgendo lo spettatore senza mai
creare momenti di noia, non lascia nulla di inspiegato o al caso, è una storia
sviluppata con un perfetto senso logico che trova il suo culmine nel finale dove
viene svelata sia l’identità circa la vera natura di questa città perennemente
bagnata da piogge di cenere sia la sconvolgente origine della piccola Sharon.
Al regista va il merito di aver saputo ricreare, tramite la colonna sonora e le
ambientazioni, la vera atmosfera di Silent Hill, pregna di malinconia, ansia e
terrore, rifiutando un banale tentativo di emulare un prodotto nato in origine
per un pubblico differente da quello cinematografico, e pertanto destinato ad un
diverso utilizzo.
La fusione perfetta tra l’atmosfera che è il cardine portante di questo racconto
e la trama rielaborata con intelligenza per ovvie esigenze narrative, non può
che attribuire un voto decisamente positivo a questo prodotto e invogliare
inoltre il pubblico ad avvicinarsi a quello che fu ed è, uno dei prodotti più
scioccanti in campo videoludico.