Il mondo come lo conosciamo oggi non esiste più: gli zombie lo
hanno invaso rendendo la vita degli umani molto difficile e praticamente nomade.
Mentre i poveri vivono nelle difficoltà e lottano ogni giorno contro la
terribile nuova realtà, i ricchi si rinchiudono in palazzi protetti e chiusi ad
una casta poche persone. Riley, deciso ad abbandonare il luogo dove da anni
lotta e protegge le persone dagli zombie, vuole andare in Canada per trovare un
luogo disabitato dove iniziare una nuova vita. Purtroppo però verrà coinvolto in
loschi affari dal magnate Kaufman, che lo costringerà ad agire contro l’amico
Cholo, intenzionato ad attaccare la fortezza di Kaufman dopo che questo si
rifiuta di farlo entrare nel suo ricco palazzo. Ne seguirà una vicenda che avrà
risvolti inaspettati. Nel frattempo gli zombie, capitanati dall’enorme Big Daddy,
inizieranno a sviluppare una primitiva forma di intelligenza, ed a volersi
vendicare contro gli umani colpevoli di aver turbato la loro quiete.
RECENSIONE
Quarto capitolo della “zombie-saga” di Romero dopo “La notte dei
morti viventi” (1968), “Zombie: dawn of the dead” (1978), e “Il giorno dei morti
viventi” (1985). Un capitolo atipico, che punta molto sull’azione e poco
sull’horror, nonostante non manchino scene splatter ed inquietanti.
La componente da “action-movie” è da vedere nel contesto di
un’ambientazione post-apocalittica dove gli zombie, ormai, sono padroni del
mondo: qui sta il primo pregio della pellicola, che rende benissimo l’idea del
mondo sconvolto dove le persone sono ridotte ad una vita di stenti e di continua
lotta per la vita.
Dal punto di vista tecnico “La terra dei morti viventi” è ottimo.
Partiamo dall’ottimo cast dove spiccano sicuramente Simon Balker e John
Leguizamo, dove c’è una bellissima partecipazione di Dennis Hopper, e dove Asia
Argento, nonostante rimanga sempre tristemente ancorata da un doppiaggio non
all’altezza, comunque tiene bene lo schermo e ricopre un ruolo interessante e
vivace, dandoci una prova sicuramente da non sottovalutare.
La fotografia e la scenografia sono assolutamente perfette: come
già detto prima l’idea del mondo distrutto è resa molto bene (palazzi vuoti e
decadenti, strade semi deserte, ecc), il film è continuamente tetro e lugubre,
dando sempre l’idea che qualcosa sia dietro l’angolo. Gli effetti speciali sono
di alto livello: sia gli effetti in CGI come le esplosioni, sia il make-up degli
zombie e il lato splatter, molto realistico e ben realizzato.
Unica pecca, forse, una colonna sonora un poco impersonale (non
certo, ad esempio, come quella di “Dawn of the dead”). I 93 minuti di durata
della pellicola sono tesi, pesanti, e non annoiano mai, una cosa che oggi è
difficile trovare in un film horror, forse perché il tutto è coadiuvato
dall’azione.
Ma quello che sta alla base ed è il vero capolavoro di Romero in
questo film sono i messaggi contro la società che, metaforicamente (ma poi
nemmeno troppo) ci vengono lanciati: la critica verso la differenza sociale, e
quella contro la solidarietà e la pace fra popoli diversi.
Il primo è quantomeno eclatante, visto che i ricchi in questo film
vivono una vita tranquilla all’interno di grossi e protetti palazzi non
curandosi delle tremende condizioni di chi è costretto a vivere fuori. Inoltre
il signor Kaufman (Dennis Hopper) è un uomo viscido, tirannico, ancora ancorato
a dei valori che per molti, soprattutto quelli fuori dal suo ricco palazzo, sono
ormai inesistenti.
Il secondo messaggio è molto particolare e va visto fra le righe:
gli zombie di Big Daddy (Eugene Clark) vivevano “pacificamente” prima di venire
assaliti dal gruppo di Riley (Simon Balker) e Cholo (John Leguizamo), e la frase
finale di Riley che dice:”Lasciali stare. Stanno cercando un posto dove andare.
Proprio come noi…” è esplicativa in quanto ci fa intendere che, forse un futuro,
potrebbe esserci anche una convivenza fra la forma di vita non morta e quella
umana.
Il genio di Romero sta in questo: passare dei concetti coraggiosi
ed espressi in uno zombie-movie, con una delicatezza ed un’abilità unica, con
bravura e maestria senza mai svalutare ne il contenuto del film, ne i messaggi
che vuol dare alle persone che lo guardano.
Bellissima una delle sequenze finali in cui gli zombie si mangiano
i ricchi dentro alla rete protettiva che impediva ai poveri di entrare, e invece
loro si salvano proprio perché erano fuori; quando Cholo, ormai zombie, va ad
uccidere Kaufman, simbolo di uno stato, quello degli zombie de “La terra dei
morti viventi”, che è ancora in parte legato alla vita terrena; addirittura si
può scorgere una certa solidarietà fra gli zombie, che però non scade mai nel
ridicolo involontario, ma anzi è raccontata nel modo migliore possibile.
Non mancano poi le componenti pure dello zombie-movie: morti
splatter, scene apocalittiche, puro vecchio stile Romero, ma rinnovato con
quella componente di cui sopra,
quella dell’action-movie.
I nostri eroi si muoveranno in questo mondo tetro e terribile
continuamente nel pericolo, sia umano che non.
Bellissimo anche come Romero abbia creato un mondo suo da farci
vedere in questa pellicola: i giochi d’azzardo organizzati dagli umani
sfruttando gli zombie, ad esempio nell’occasione in cui Riley trova Slack (Asia
Argento), le varie organizzazioni militari (o presunte tali) che si giocano le
difese delle persone per soldi, i meccanismi per cui anche una nuova economia
(quella di un mondo post-apocalittico) riesce comunque a muoversi.
In definitiva un ottimo film, Romero è uno di quei geni che non
sono mai caduti di stile, che magari hanno confezionato poco ma che hanno
comunque fatto sempre bene.
Sorprende, infatti, quanto sia riuscito a rendere uno zombie-movie
nel 2005 prima interessante, e poi anche profondo; ha chiuso degnamente un
cerchio iniziato con lo storico “La notte dei morti viventi” ribadendo di essere
il vero “Re degli zombie” e di essere sicuramente qualcosa di più di un regista
di genere, oppure, vedendola al contrario, ha dimostrato che il genere non è
solo sangue e morti ammazzati. Romero for president!