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TITOLO ORIGINALE: "THE TOMB OF LIGEIA"
Paese: Gran Bretagna, 1964
Regista: Roger Corman
Interpreti: Vincent Price, Elizabeth
Shepherd,
John Westbrook, Richard Vernon, Oliver
Johnson,
Derek Francis
TRAMA
Dopo la morte della prima moglie Ligeia, Verden si risposa con
Lady Rowena, una nobildonna dai modi garbati che rimarrà subito affascinata
dall’alone di mistero che circonda questo cupo signore. A complicare da subito
la nuova unione, sarà la presenza costante della defunta moglie, che come lasciò
intendere poco prima di spirare, pare non voglia farsi sopraffare dalla morte e
lasciare a qualcun altro, ciò di cui fu la sola padrona in vita.
RECENSIONE
Ennesimo ed ultimo lavoro di Corman, tratto dai racconti di Edgar
Allan Poe. La tomba di Ligeia è l’espressione tipica di chi non accetta il
trapasso dalla vita alla morte e che, con disperata ostinazione, rimane
aggrappato a quello che fu il proprio mondo.

Ligeia è senza dubbio una figura predominante in tutta la storia e
sebbene non si vedano mai frammenti di quella che fu la sua vita e le siano
dedicate due sole fugaci apparizioni da defunta, il suo spirito e la sua
grandissima volontà aleggiano in ogni scena, in ogni sguardo contrito di Verder,
tanto da suscitare un costante interesse misto ad inquietudine per tutto lo
scorrere del film, sovrastando anche elementi tipicamente “orrorifici” come il
gatto nero o l’ambiente gotico per eccellenza, che comunque creano senza dubbio
un grande pathos.
Inutile esprimere giudizi sull’interpretazione di Vincent Price,
dato che questi ruoli gli sono cuciti indosso alla perfezione, quasi fossero
nati naturalmente per lui e non semplicemente adattati alla sua persona; in
questa pellicola ci appare più tormentato e cupo che mai, legato inesorabilmente
ad una donna che continua ad amare ma che allo stesso tempo lo inquieta, tanto
da indurlo quasi ad essere violento verso di lei.

Nella prima scena, che per ambientazione e tensione emotiva
risulta a mio parere sebbene molto semplice, la più entusiasmante di tutto il
film, egli si rivela da subito convinto che lo spirito della moglie non
abbandonerà mai né lui né quella che fu la sua casa: “non è morta, non vuole
morire”, ma quella che inizialmente poteva sembrare la speranza di un innamorato
ferito e incredulo innanzi ad un evento simile, perderà ben presto questa
parvenza romantica.
Non è infatti l’amore il fulcro attorno al quale ruota l’intero
intreccio, perlomeno non la passione inesistente tra Verder e la nuova Lady
Fell, che viene tenuta costantemente a distanza e trattata con freddezza, ma
d’altro canto non ci troviamo neanche davanti all’amore che non muore mai de “Il
corvo”, e non solo perché il protagonista si invaghisce in breve tempo di quella
che sarà la sua seconda moglie (probabilmente rapito dalla somiglianza tra le
due donne) ma perchè Ligeia non è l’incarnazione nostalgica di
un amore perduto,
bensì una presenza minacciosa che riesce tramite messaggi inequivocabili a
rendersi onnipresente, rimarcando il concetto di essere l’unica signora
dell’abbazia e in tutta risposta Verder, ne risulta sicuramente attratto, ma in
modo passivo, quasi smarrito in questa nuova situazione, mostrandosi
terrorizzato e prigioniero del suo passato, non a caso tenterà persino di uccide
Lady Rowena, vedendo in lei il volto di Ligeia.
La Stepherd interpreta in modo egregio le due donne, una sorta di
dama bianca e dama nera a confronto, con un’aura dalle tinte senza dubbio
differenti, ma accomunate da una grande forza interiore. Splendide più che mai
la ambientazioni, in particolare l’esterno del piccolo cimitero attorniato da
resti di mura in rovina, espressione di un tempo che pare quasi vivere in
un’eterna sospensione e l’abbazia, caratterizzata dai tipici elementi gotici
utilizzati da Corman ma arricchita questa volta dalla presenza di reperti egizi
che la rendono ancor più affascinante e carica di mistero.
Nei sotterranei, vera tomba di Lady Ligeia, prevalgono i colori
del rosso e del porpora e il grande bracere sul quale sovrastano le statue di
due fiere, sembra quasi indicare l’unico vero passaggio tra il mondo dei vivi e
dei morti, una sorta di porta sull’adilà.
Unica critica, se di critica vogliamo parlare, è il non aver
approfondito ai fini della storia, il legame tra la civiltà egizia e Ligeia,
poco importa se il gatto che costantemente la rappresenta fosse di colore nero
(per un appassionato di cinema odierno, potrebbe risultare la solita banalità),
conta piuttosto
che questo animale fosse per gli antichi egizi un animale sacro,
tanto da venir imbalsamato e mandato nell’aldilà con una ciotola per il latte
come ornamento, elemento che tra l’altro appare in una sequenza del film,
pertanto l’aver trattato con qualche excurs |